Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 9, 2009

Matrimonio a Miglionico negli anni ’50

Sotto la guida delle professoresse della scuola media di Miglionico, Lina Carozza e Grazia Di Gioia è stato realizzato un lavoro sul matrimonio negli anni ’50.
Attraverso interviste ai nonni e agli altri anziani del paese, si è riusciti a raccogliere sufficienti informazioni per sviluppare una raccolta ricca ed interessante sulle tradizioni. E’ stato analizzato il fidanzamento e il matrimonio combinato: bisogna sapere, infatti, che l’unione tra un ragazzo ed una ragazza era spesso vincolato da motivazioni ben diverse dall’amore e che i genitori costringevano spesso i propri figli a fidanzarsi e a sposarsi per interessi economici o sociali. Le ragazze promesse in matrimonio non potevano assolutamente opporsi alla volontà familiare ed erano quindi costrette a sposare l’uomo non amato.
Normalmente il matrimonio combinato avveniva in questo modo: la madre dello sposo sceglieva la ragazza per il proprio figlio, chiamava “l’ambasciatore del paese” e lo inviava a casa della ragazza per fare al padre la richiesta della mano della figlia. Il padre, esaminata la proposta, dava la risposta e, dopo aver preso la decisione, la comunicava alla propria figlia. Da quel momento in poi, ella avrebbe dovuto mantenere atteggiamenti riservati in pubblico ed a casa. Inoltre, ai giovani promessi sposi era vietato vestire abiti succinti e uscire di casa da soli, ma dovevano essere sempre accompagnati da qualcuno.
Seconda tappa importantissima era quella del fidanzamento ufficiale, che avveniva prima dell’unione matrimoniale. In questa occasione, chiamata tradizionalmente “trasút’”, cioè “entrata”, le famiglie dei due fidanzati si conoscevano e, con un ricevimento fatto a casa della sposa, rendevano “ufficiale” la relazione dei figli, non solo tra di loro, ma soprattutto all’intero paese. Seguivano, allora, i contratti prematrimoniali, fatti alla presenza di un notaio.
Singolare è l’esempio della “carta dei panni”, che elencava la dote che le ragazze dovevano possedere al momento del matrimonio (lenzuola, coperte, tovaglie, strofinacci, mobili, terreni, ecc.). Spesso, durante questi incontri le famiglie litigavano e la figura della mamma dello sposo emergeva per la sua arroganza e per le sue pretese, distinguendosi dalla mamma della sposa, che sembrava più remissiva e più propensa ad assecondare la consuocera, sempre possessiva nei confronti del figlio maschio. Molto spesso c’erano litigi che portavano alla rottura del fidanzamento; in quel caso, si cercavano velocemente altri sostituti, perché la mentalità del tempo non vedeva di buon occhio gli uomini e le donne non sposati.
Dopo il fidanzamento si passava agli accordi per il giorno del matrimonio: inviti ed invitati, festeggiamenti, pranzo. Singolare era la consegna degli inviti. I genitori degli sposi, generalmente i padri, andavano personalmente ad invitare i parenti e gli amici per ben tre volte.  La prima per informare della data del giorno del matrimonio, la seconda per ricordarla e la terza per prendere la risposta dei partecipanti al matrimonio.
I festeggiamenti duravano tre giorni: il primo giorno si festeggiava a casa della sposa con amici e parenti, il secondo e il terzo a casa dello sposo, sempre con amici e parenti. Ma assai singolare era anche il pranzo nuziale che prevedeva:

· Zitoni al sugo di pecora;
· Bollito di cicorie campestri con maiale;
· Agnello arrosto con insalata;
· Sospiri (dolci locali);
· Tarallucci, vino e rosolio.

                                                                                                 

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 9, 2009

Diga di san Giuliano

La Diga di San Giuliano è una delle opere principali del Consorzio di Bonifica di Bradano e Metaponto.

E’ stata istituita nel 1976 come Oasi di protezione della fauna e occupa un’area di circa 2500 ettari.

Nel 2000 è stata individuata come Riserva Naturale Orientata.

Il territorio della Riserva fa parte dell’agro di Matera, Miglionico e Grottole e comprende parte del medio corso del fiume Bràdano, il lago e la gravina. . Dall’abitato di Miglionico dista circa 7 km.

Intorno al lago sono presenti nuclei di macchia mediterranea, prati umidi e xerici, boschi naturali igrofili e boschi di conifere ed eucalipti. Lungo la fascia più esterna vi sono ristrette aree coltivate in maniera estensiva

La Diga di San Giuliano è alta 7 m sul punto più depresso e 44 m sul piano medio di fondazione. La lunghezza raggiunge i 314 m. Essa consente un accumulo di 107 milioni di mc. d’acqua e sottende un bacino imbrifero di 1.631 km.

La diga è in calcestruzzo, con la parte centrale tracimabile.

Il canale principale è  lungo 31 km.

L’elemento più caratterizzante della Riserva è la zona umida costituita dal fiume e dal lago. Quest’ultimo si formò negli anni ‘50 a seguito della costruzione di una diga di sbarramento fluviale con finalità irrigue. La zona umida costituisce un’ enorme ricchezza non solo per l’agricoltura e l’economia umana, ma anche per il numero e la varietà delle forme viventi che ospita in ogni stagione.

All’interno della Riserva si rinvengono molti elementi della vegetazione mediterranea. Da una parte le specie alloctone del rimboschimento, dall’altra le specie autoctone con lentisco, perastro, paliuro, ginepro, roverella, fillirea, biancospino, ecc. Le zone rupestri della gravina ospitano importanti specie, di cui alcune endemiche del Sud come la Campanula pugliese (Campanula versicolor). In alcune aree localizzate troviamo invece un’altra rarità: il Pisello odoroso (Lathyrus odoratus). L’area occidentale della Riserva è caratterizzata dalla presenza di interessanti boschi igrofili a prevalenza di pioppi, salici e tamerici.

L’esistenza di diversi ambienti ed habitat concentrati all’interno della Riserva favorisce la presenza di una fauna molto ricca. Sono state censite circa 200 specie di uccelli alcune delle quali di straordinario fascino e di grande rarità: cicogne, gru, spatole, aironi rossi, aironi bianchi maggiori, morette tabaccate, avocette, cavalieri d’Italia. Non mancano anche le specie più comuni e facili da avvistare come gli svassi maggiori, le folaghe, i germani reali, le alzavole, i cormorani. Occasionalmente si osservano anche pellicani. La Riserva è inoltre uno straordinario sito per l’osservazione e il riconoscimento delle principali specie di rapaci che frequentano quest’area. Per quanto riguarda i mammiferi è certa la presenza della lontra, tasso, istrice, gatto selvatico, faina, volpe, cinghiale, riccio oltre che di numerose altre specie di piccole dimensioni come roditori e chirotteri . Tra i rettili si incontrano la vipera comune, la biscia dal collare, il cervone, il colubro di Esculapio, il colubro liscio, il biacco, la testuggine di Hermann e la testuggine d’acqua dolce.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Polittico

  Il Polittico, eseguito nel 1499 dal pittore veneto Giovan Battista Cima (Conegliano Veneto 1459 ca. – 1517 ca.) fu fatto acquistare, probabilmente, a Lipsia da parte di Don Marc’Antonio Mazzone, maestro di cappella dei Gonzaga, sul finire del Cinquecento. Le 18 tavole dovevano servire per ornare il coro della chiesa madre. L’opera fu ricomposta così come la possiamo ammirare oggi, nel 1782 dai Baroni del Pozzo di Miglionico. Le tavole sono disposte su quattro ordini e collocate su una fastosa cornice lignea, scolpita ed elegantemente intagliata da maestranze locali.

Nel pannello centrale figura la “Madonna con Bambino“, ai lati S. Francesco, S. Girolamo, S. Pietro, S. Antonio; nell’ordine superiore, a mezza figura, S. Chiara, S. Ludovico, S. Bernardino, S. Caterina d’Alessandria; nella cimasta Cristo posto tra l’Annunciazione; infine, sugli sporgenti laterali e nella predella, i santi protomartiri francescani.

Il Polittico, testimonianza del linguaggio pittorico limpido e armonioso elaborato dal Cima nella maturità, a contatto delle esperienze di Giovanni  Bellini e Antonello da Messina, costituisce uno degli esempi più significativi di arte importata nella nostra regione.

L’altare, dove si trova il Polittico, è protetto da una vetrata antiproiettile a da modernissimi sistemi di allarme. Il  pavimento è in cotto veneziano e al suo centro è raffigurato un pellicano che rappresenta l’eucarestia.

In questo stesso altare sono conservate le statue di S. Giovanni Battista (un legno del XII secolo) e una marmorea, molto importante, che in passato era pagana e rappresentava un satiro. E’ una scultura pagana attribuita a Prassitele .

Come i satiri, figure mitologiche che abitavano nei boschi, la statua aveva i piedi di cavallo che nel passato furono tagliati e sostituiti con quelli umani di gesso (i nuovi piedi si sono leggermente staccati dal corpo, perché il marmo e il gesso non legano tra loro). La statua, dipinta leggermente, divenne quella di S. Sebastiano che, nei tempi andati, veniva invocato contro la peste, le calamità, per la salute. E’ una statua che ha un gran valore archeologico. Il pavimento dell’altare è costituito da un cotto fiorentino del Cinquecento con al centro la figura di un Pellicano che simboleggia l’eucarestia.

L’altare successivo, un altare di marmo verde di Vitulano (Benevento) del Settecento, dedicato a S. Antonio da Padova, contiene due porte anch’esse dello stesso periodo e un prezioso Paliotto con intarsi policromi di madreperla, lapislazzoli e pietre dure. A destra sono presenti due bassorilievi: una veduta di Miglionico e S. Pietro, a sinistra re Milone con il castello e S. Paolo. Sui quattro pennacoli della cupola vi sono quattro bassorilievi, le quattro virtù cardinali. Sull’altare vi è una statua lignea del Santo, copia di quella presente nella Basilica di Padova, opera del Donatello. Il pavimento è in maiolica del Settecento di Vietri sul Mare.

L’ultimo altare della navata sinistra, dedicato a S. Antonio Abate, già di S. Caterina d’Alessadria, è il più vecchio della chiesa. Prima dei Ferrato, poi ereditato dai Petito, è composto dalla mensa pagana del dio Dite che si trovava in località Pilieri.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Congiura dei Baroni

L’avvenimento storico che ebbe per centro questo castello è la Congiura dei Baroni contro il re Ferdinando I d’Aragona il Vecchio, re di Napoli.
I Turchi miravano ad occupare l’Occidente e, in particolar modo, l’Italia. Infatti, il 28 luglio 1480, sbarcarono nella penisola Salentina, a circa tre miglia da Otranto e la saccheggiarono.
In Italia si levò un grido di orrore, ma nessuno dei nostri potentati si mosse. Solo nel 1485, il 25 febbraio, Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, inviò una flotta che affondò quella turca.
Già dal gennaio 1485 Alfonso, duca di Calabria, figlio del re, era giunto a Matera, scelta a quartiere dell’armata della fede. Sia Alfonso che lo stesso re furono ospiti del nobile Tuccio de Scalzonibus, nel palazzo posto sulla porta principale della città che dà sulla spianata del Duomo e vi restarono fino al mese di luglio.
Frattanto i materani e gli abitanti delle altre città del Sud misero, per l’impresa di Otranto, a disposizione del re, migliaia di ducati. L’erario, comunque, era stremato, per cui furono imposte nuove e gravi cariche fiscali che i Baroni non erano disposti a sopportare. A ciò si aggiunse l’odio della baronia contro Alfonso duca di Calabria, molto crudele.
I grandi feudatari ordirono una congiura per togliere di mezzo la dinastia aragonese. Promossa, tra l’altro, dal Duca di Salerno e da Antonello Petrucci, segretario particolare del re, vi aderirono il papa Innocenzo VIII in discordia con Ferdinando e, tra i baroni a noi vicini, Pirro del Balzo, principe di Altamura, il marchese di Bitonto, i duchi di Melfi e di Nardò e, infine, Girolamo Sanseverino cui apparteneva la terra di Miglionico con il suo castello, il Castello del Malconsiglio, scelto a luogo di convegno per dare l’ultima mano alla triste impresa. I baroni si riunirono in un salone del maniero di straordinaria grandezza, indicata da allora, del Malconsiglio.
Ferdinando ne ebbe il sentore e seppe che papa Innocenzo la favoriva; perciò fu lì per invadere lo Stato Pontificio. Il papa rinunziò all’impresa e i baroni, rimasti soli e senza un appoggio di rilievo, per gli interventi del Duca di Milano e di Lorenzo il Magnifico, si sottomisero al sovrano che, nell’agosto del 1486 giunse a Miglionico per trattare la pace. Il re simulò il perdono del quale si fecero garanti i suddetti pacieri. Ma, poco dopo, contro i patti stipulati, in un convito nuziale fece imprigionare e decapitare i più compromessi della congiura.
Da questo episodio importante della storia italiana, si comprende l’importanza del castello di Miglionico. Esso, infatti, poté ospitare il re con la sua reale famiglia, tanti signori e il seguito di ciascuno. Che questo maniero fosse all’epoca molto importante, lo si evince anche dal fatto che i baroni lo scelsero su tanti altri esistenti nell’Italia meridionale.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Storia

L’abitato di Miglionico sorge su di una collina, tra i fiumi Bradano e Basento, con un’ampia vista sul Lago di San Giuliano e le valli circostanti.

Le origini di Miglionico sono remotissime; infatti nel suo territorio sono stati ritrovati arredi tombali, suppellettili, mosaici di pavimentazione ed opere idrauliche risalenti al IV sec. a. C e al IX sec. a. C. e persino una necropoli venuta alla luce dopo la frana del 1979, e risalente al VI sec. a. C.

Per tradizione, come rilevasi da un antico manoscritto, copiato da un altro più antico, Miglionico o Milonia, essendo di remotissima fondazione, deve il suo nome al forte Milone.

Secondo un’altra fonte meno accreditata, Miglionico prende il nome dal latino “milium”: terreno adatto alla piantagione del miglio.

Miglionico fu fondata da Milone Crotoniate, un famoso atleta di Crotone del VI sec. a. C. che sconfisse in una battaglia la città di Sibari. Fu definito olimpionico perché vincitore frequente dei Giochi Olimpici del tempo.

Infatti secondo la tradizione, Milone, vissuto nel VI secolo a.C. fortificò con mura e forti una città che già preesisteva. Dopo la colonizzazione greca, entrata a far parte della regione metapontina, subì la dominazione sibarita nel periodo in cui questa arrivò a dominare ben venticinque città, tra cui Metaponto, prima di essere distrutta da Milone. Divenne città lucana quando questo popolo invase la regione metapontina. Per frode dei tarantini passò ai sanniti, i quali la tennero fino al 458, anno in cui, come racconta Livio, fu espugnata dal console romano L. Postumío Megello, grazie all’uso di Vigne e all’aiuto dei lucani e dei sessani. Durante la presa di Melanío morirono 3200 sanniti, mentre 4200 furono presi vivi.

Secondo un’altra interpretazione invece il Milone fondatore di Miglionico fu Milone di Taranto, un luogotenente di Pirro che prese parte anche alla battaglia di Heraclea, che giunto sulle colline tra il Bradano ed il Basento vi fondò una colonia militare chiamandola Miglionico.

Milone munì Miglionico di grandi mura, come recita la frase Milo Magnus Miles Me Munivit Magnis Muris, rappresentata dalle sette M iniziali presenti sullo stemma del comune.

La storia di Miglionico è strettamente connessa alle vicende del suo imponente castello, Il Castello del Malconsiglio.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Ettore Fieramosca

Ettore Fieramosca (Ferramosca), ebbe un’ottima educazione umanistica e fu presto avviato alla carriera militare. Fu, nel corso degli anni, al seguito di Ferrandino e Federico d’Aragona. Nel marzo del 1502 (e fino al 1503) si aggregò alle bande colonnesi che, al seguito di Consalvo da Cordova, iniziavano in quelle settimane le lotte per il possesso del Regno di Napoli e l’occupazione della Puglia; fu proprio durante questo periodo storico che, l’anno seguente, accadde l’episodio di quella memorabile cena probabilmente preparata ad arte dagli scaltri spagnoli per aizzare la collera dei francesi e che si concluse nell’ormai celebre Disfida di Barletta.

Ettore Fieramosca, quindi, fu capitano dei tredici italiani della celebre Disfida  (in un tratto di campagna tra Andia e Corato) del 13 febbraio 1503, vittoriosa per gli spagnoli. I sovrani spagnoli, dopo la vittoria, grati per la sua fedeltà, lo insignirono di titoli (Conte di Miglionico e Signore di Acquara), privilegi ed onorificenze (molte di queste liberalità, però, gli furono presto private a causa del processo di normalizzazione che avvenne al termine della guerra fra spagnoli e francesi. Offeso e sdegnato per il trattamento subito dalla corona dopo i tanti servigi che gli aveva offerto, restò per molti anni inoperoso).

Dopo la Sfida, Fieramosca prese parte a storiche battaglie, fra cui quelle di Cerignola e Gaeta, nelle quali si destreggiò sempre coraggiosamente.Lo ritroviamo fra i protagonisti della celeberrima battaglia di Ravenna (1512) nella quale fu gravemente ferito. Ripresosi prontamente, ricevette un invito dal Re Ferdinando d’Aragona a raggiungerlo a Valladolid (dove perse la vita, nel 1506, Cristoforo Colombo), all’epoca sede della corte spagnola. Qui, ammalatosi gravemente, trovò la morte il 20 gennaio 1515 a soli 39 anni.

La figura di questo capitano è rimasta nella storia d’Italia come tipico esempio di valore e di coraggio personale. Valoroso soldato, piccolo di corpo, ma d’animo grande e di forza meravigliosa.

A lui viene fatta risalire la dotazione di alcune terre in località “Porticella“, in agro di Miglionico, alla Beata Vergine Santa Maria delle Grazie la cui festa è celebrata la prima domenica di settembre.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Marc’Antonio Mazzone

Marc’Antonio Mazzone (Miglionico 1556 – Venezia 1626), arciprete per quattro mesi della nostra cittadina, è ricordato dagli storici come personaggio di “Miglionico”, poiché così si firmava in tutte le sue opere umanistiche e nelle composizioni musicali, nelle relazioni amichevoli con altri suoi illustri contemporanei: alla corte papale, cui fu diverse volte unito in missioni, alla corte dei Gonzaga di Mantova, dove trovò accoglienza dopo il suo esodo da Miglionico, a seguito dalla rimozione dall’arcipretura, a Parigi, a Vienna, a Pietroburgo e, nella sua seconda patria di elezione, Venezia dove passò gli ultimi giorni della sua vita.
Fu stimato e valente nella lingua latina, italiana, nella poesia e nella musica. Dei suoi lavori musicali ci sono pervenuti molti testi in polifonia. Fu genuino musicista della controriforma con canzoni in laude della Madonna.

“Poche e frammentarie sono le notizie che si possono raccogliere sulla vicenda umana e artistica di questo musicista e letterato lucano, in larga parte desunte dalle lettere dedicatorie delle sue stesse opere e da alcuni riferimenti autobiografici che occasionalmente compaiono nei suoi scritti letterari.
Le prime fonti sono i due libri di madrigali che Mazzone diede alle stampe entrambi a Venezia nel 1569 per i tipi di Girolamo Scotto: Il primo libro de’ madridali a quattro voci e Il primo libro de’ madrigali a cinque voci. Nei frontespizi delle sue raccolte il nome del musicista è preceduto dal titolo di “don”: dunque all’epoca del suo esordio musicale Mazzone era già sacerdote.

Nel luglio del 1570, a un anno circa dalla sua prima edizione di musiche, Mazzone cura la pubblicazione della raccolta intitolata Corona. Primo libro delle napolitane a tre et a quattro voci di diversi eccellentissimi musici stampata a Venezia da Girolamo Scotto.

“Alla pubblicazione della Corona segue un lungo periodo di inattività editoriale, privo per altro di qualsiasi altra notizia sulle vicende del canonico lucano. Trascorreranno circa venti anni prima che un’altra sua raccolta di musiche veda la luce: nel 1591 per i tipi dello stampatore veneziano Angelo Gardano, Mazzone pubblica Il primo libro delle canzoni a quattro voci. Il dedicatario questa volta è un personaggio di altissimo lignaggio: il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga. Nel 1593 Angelo Cardano pubblicherà l’ultima [sua] opera musicale nota…: Il primo libro delle Magnificat a cinque voci, dedicato a Francesco de Vera Aragonia del Consiglio Supremo di Sua Maestà Cattolica … Ambasciatore presso la Serenissima Repubblica di Venezia…Con questa pubblicazione si conclude, almeno a livello editoriale, il percorso musicale del compositore lucano che, iniziatosi nel 1569 con le due raccolte di madrigali e passato attraverso le forme più semplici della canzone alla napolitana e della canzonetta, termina – degnamente per un canonico – con un libro di musiche sacre nello stile severo così come lo spirito sempre più diffuso della Controriforma esigeva”.
Nello stesso anno, nel 1593, pubblicò un’opera letteraria, I fiori della poesia, una sorta di belle frasi attinte da autori latini, dedicata, secondo il desiderio dell’autore, a Vincenzo Gonzaga. Questa “non fu la sola opera letteraria prodotta da Mazzone. Al più tardi nel 1604 ne pubblicò un’altra dal titolo L’oracolo della lingua latina - un teso più che altro didattico, utile per l’apprendimento della lingua latina -, dedicata questa volta la principe Francesco Gonzaga, figlo del duca Vincenzo…”
“Dalle edizioni a stampa delle opere di Mazzone è emersa sempre qualche forma di rapporto tra l’autore e l’ambiente meridionale di provenienza. Un legame affettivo particolare il musicista deve averlo conservato con il suo paese d’origine, sempre dichiarato sul frontespizio delle opere pubblicate. A Miglionico Mazzone risiedette tra il 1598 e il ’99 quando, per un tempo brevissimo, tenne la carica di arciprete. Questa carica conferitagli dall’arcivescovo Myrra, gli fu tolta dalla sede romana; s’era creato infatti un conflitto di competenze tra l’incarico conferito a Mazzone dal vescovo locale e la nomina assegnata contemporaneamente al canonico Giuseppe Longo dalla sede papale”.
“Dopo la breve permanenza a Miglionico, e soprattutto dopo la vicenda spiacevole del sollevamento della carica di arciprete, è probabile che il musicista abbia preferito trasferirsi in un centro che gli potesse offrire maggiori opportunità. Forse da Miglionico Mazzone si trasferì a Mantova presso la corte dei Gonzaga…”.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Don Donato Gallucci

Don Donato Antonio Gallucci nacque a Pietragalla (Pz) nel 1882 e morì a Miglionico l’11 ottobre 1965 ed è sepolto nel locale Cimitero.

Egli divenne parroco di Miglionico.
Non c’era da illudersi di avere la vita facile, in un paese come Miglionico, un paese chiuso, impastato di miseria e di superstizione. I maghi e le streghe passavano di casa in casa, vendevano paura dal primo all’ultimo giorno della vita. Ancora oggi, quando nasce un bambino c’è qualcuno che in pubblico gli sputa e dice che è un mostro, perché questo, dicono, allontana gli spiriti maligni e soprattutto, se il bambino è bello, allontana l’invidia degli altri genitori. Ancora oggi, in qualche casa, la madre che non ha latte per la sua creatura fa un complicato esorcismo per rubarlo a un’altra madre che ce l’ha: mette del sale nelle fasce.del piccolo e lo manda, in collo ad una complice, a visitare la vittima. Quando tornano, prende il sale e condisce una minestra che trangugia immediatamente, convinta che in quel momento l’altra resterà senza latte, e lei ne avrà in abbondanza. Se questo accade, e per caso può anche accadere, la derubata cercherà la ladra, e la troverà, perché i maghi ci sono apposta: allora può darsi che con un altro esorcismo le due madri facciano la pace, ma può anche darsi che cominci dì qui la catena, della vendetta.
E così infinite volte, in ogni occasione, fino all’agonia quando i familiari tolgono gli amuleti dal collo del moribondo, perché gli spiriti dei male arrivino più presto, abbreviando la sofferenza, e sì vada alla sepoltura, con tutte le bestie bendate di nero in processione, perché anche le bestie devono prendere il lutto.
In questo ambiente il prete comincia la sua battaglia, e comincia dalla parte giusta, quella della cultura. Miglionico, in questo tempo, è praticamente isolato dal resto dei mondo. Bisogna fare circa sette chilometri, discendere in fondo alla valle, per raggiungere lo scalo della ferrovia Calabro-Lucana. Sulla strada sconnessa si va a piedi o col mulo, non ci sono corriere. Non,arrivano libri, non arrivano giornali, niente. I ragazzi, e non tutti, fanno qualche mese di scuola elementare. I migliori, i più fortunati, arrivano alla terza, alla quarta. Non vanno più avanti, non è possibile.

Don Donato va a cerca re questi ragazzi, se li porta in canonica, prova a istruirli; deve lottare coi genitori che vanno a riprenderli, perché c’è da lavorare nei campi, non si può perdere il tempo sui libri, e con i ragazzi stessi, abbrutiti da secoli e secoli di una fatica restata uguale dall’età della pietra. Ma qualcuno, qualche volta, risponde, e ne basta uno su cento per ritrovare il coraggio di continuare.

Don Donato non ha mai chiesto un soldo, provvedeva a ogni cosa e non so ancora come abbia fatto. Tempestava di lettere le case editrici per avere i libri nuovi, andava a comperare o a farsi regalare quelli vecchi che potevano ancora servire; e i libri passavano da uno all’altro, guai a chi li sciupava; e intanto, da ogni casa che visitava, fosse pure per benedire un morto, don Donato non veniva via se non gli avevano dato della carta, qualsiasi pezzo di carta su cui fosse possibile scrivere. Non c’era altra scuola, dopo le elementari, al nostro paese: non c’era la corriera, non c’era veramente niente, potevano studiare soltanto quelli che andavano via. Ma chi andava via andava a lavorare, non a studiare.”

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Michelangelo Laforgia

Michelangelo Laforgia nasce a Miglionico nel 1921. Nei duri anni della guerra, prigioniero in una remota isola del Pacifico, pensa al suo paese natìo e, assalito da una forte nostalgia, prende i primi pennelli e ne raffigura l’elemento simbolico, il castello: da allora ha inizio il suo percorso artistico. Armato di sensibilità e di spiccate capacità artistiche, ha partecipato a numerose mostre, alcune delle quali lo hanno visto in veste di vincitore, come nella II Rassegna Nazionale “Carlo Levi” ad Aliano nel 1978, come migliore artista lucano.
C’è un filo conduttore che accomuna tutta la sua produzione, dagli esordi del 1943 a tutt’oggi, un legame profondo ma percepibile, lo stesso che anima le mostre di Levi e di Guerricchio: l’amore incondizionato per la sua terra, per i ricordi, per la sua gente, per le strade del suo paese.
Mai un cielo grigio o un campo incolto nelle sue tele, eppure sotto quel cielo e in quei campi tanta sofferenza e solitudine, ma anche gioia e libertà. I temi prediletti da Michelangelo Laforgia sono le nature morte, i paesaggi campestri, i tortuosi vicoli della sua gente, i ritratti dell’immancabile Castello di Miglionico, sicuramente il suo “biglietto da visita” più autentico, riprodotto infinite volte nella sua carriera, emblematico per se stesso e per la sua gente di Miglionico (Gabriele Scarcia).
L’artista, che viveva a Miglionico in Vico 2° S. Francesco n. 14, è deceduto nel 2005.

Michelangelo Laforgia ha ideato, realizzato ed inviato per posta a Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, di origini italo-americane, un’opera che  “racconta” la storia della tragedia che mai avremmo voluto vedere: l’attacco terroristico contro le Torri Gemelle, le “Twin Tovers”. La tela riproduce la drammatica immagine dei due grattacieli in fiamme.

Pubblicato da: mediatecamiglionico | dicembre 7, 2009

Famiglia De Ruggieri

Niccolò De Ruggieri

L’avvocato Niccolò De Ruggieri nacque a Miglionico (Mt) il 16 giugno 1899, figlio di Michele  e Teresa Torraca. Nell’ambito della sua antica famiglia ricevette una solida educazione ai valori morali, civili e culturali.
Compiuti gli studi medi presso il liceo-ginnasio “Duni” di Matera, si trasferì a Roma per seguire corsi universitari di giurisprudenza.

Subito dopo la laurea, tornò a Matera ed iniziò con massimo impegno l’esercizio professionale forense, nel cui alto magistero ha sempre creduto.

Per circa un ventennio (1948-1967) fu Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e Procuratori presso il Tribunale di Matera.

Dal 1967 al 1980, su delega degli ordini forensi di Basilicata, ha ricoperto la carica di Consigliere Nazionale Forense.

Durante il ventennio fascista fece parte del ristretto gruppo di intellettuali antifascisti e, nell’impossibilità di continuare l’attività politica, si dedicò quasi esclusivamente alla professione.

Dopo le prime pubblicazioni su Gabriele D’Annunzio, Cima da Conegliano e su l’Arte Veneta del Duecento, illustrò importanti avvenimenti storici della Basilicata. “Questi maledetti Aragonesi” è una narrazione che rievoca le amare vicende della Congiura dei Baroni nel 1485 e le uccisioni di Giancarlo Tramontano e di Isabella Morra.
Con i “Moti di Matera – Eccidio Gattini” pose in risalto le lotte contadine per la ripartizione delle terre demaniali e la strage dell’agosto 1860, conclusasi con il triplice omicidio del Conte Gattini e due suoi dipendenti.
Chitaridd – Il Brigante di Matera” è un libro che non si esaurisce nel racconto della vita di una bandito, ma riesamina il carteggio Lombroso-Sarra sulla personalità del protagonista.

Lo studio “Indagine antropologica sulla personalità del brigante Giuseppe Summa detto Ninco-Nanco” si fonda su un triplice episodio del brigantaggio posto-unitario fomentato dai Borboni. Nell’ambito di tali interessi culturali curò la ristampa del libro del Canonico Francesco Paolo Volpe “Memorie storiche profane e religiose della città di Matera“. L’ultima sua ricerca ha riguardato “Il tribunale della Regia Udienza di Basilicata (1663-1811)“. Il lavoro, molto impegnativo perché richiedeva la consultazione di atti esistenti negli Archivi di Stato di Napoli, Potenza e Matera, è rimasto incompiuto per le difficoltà di recarsi, a causa dell’età, alle fonti di consultazione. Comunque le ricerche effettuate sono state pubblicate dopo la morte anche nell’intento di stimolare qualche studioso a completare il lavoro.
Sulla lunga testimonianza di vita dell’avvocato De Ruggieri si potrà, in definitiva, affermare che, sopra ogni stimolo, interesse culturale e civile, prevalse in lui l’amore per la professione forense. Per tutta la sua lunga vita, infatti, rimase fedele alla sua qualifica di avvocato e non volle mai cancellarsi dall’albo al quale è stato iscritto fino alla morte, avvenuta in Matera il 17 agosto 1993.

Nicola De Ruggieri

Studiò giurisprudenza, prima a Napoli, poi a Roma,laureandosi nel 1886.

Negli anni 1902/1903 svolse attività giornalistica sul giornale “L’Avvenire“, da lui diretto a Matera.

Nel 1913 e nel 1919 venne eletto, dopo impegnative lotte politiche, Deputato al Parlamento del Partito Radicale. Svolse notevole attività parlamentare con iniziative a favore della Provincia in ogni campo e specie nelle opere pubbliche (ferrovie, strade, comunicazioni),   proponendo, fra l’altro, un ordine del giorno circa iniziative da assumere nel Mezzogiorno, sottoscritto da quasi tutti colleghi e votato per acclamazione.
Fu interventista e iscritto al Fascio Parlamentare dopo Caporetto.
Nel 1921 non venne rieletto, anche per essersi schierato contro Giolitti le cui iniziative per la città di Fiume non condivideva.
Con l’avvento del fascismo rifiutò, benchè‚ richiesto, di proseguire ogni attività politica.
Continuò ad esercitare attività forense a Matera, Potenza, Napoli e Roma.
Fu vice Pretore onorario a Matera, componente del Consiglio dell’Ordine Avvocati e Procuratori; Presidente del Consiglio di Disciplina.
Fu nominato Sindaco Liquidatore della Banca di Sconto.
Morì a Miglionico il 15 luglio 1945.

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